Don Chisciotte
Rivista di Arte, Letteratura, Filosofia e Mulini a Vento


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"La Poesia, a mio giudizio, è come una tenera fanciulla, bellissima in ogni cosa, che altre fanciulle, che sono tutte le restanti scienze, hanno il compito di arricchire, curare e abbellire, e lei si deve servire di tutte, mentre le altre si devono nobilitare attraverso di lei."

Cervantes, Don Chisciotte

 

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.:Idea? No, grazie:.


Si è vero, non dovrei essere qui. Questa non è la mia locanda, sono qui come abusivo. No, non sono un infiltrato, non ho nessun cattivo fine. Ero depresso, e sono venuto qui. Voglio dirvi una cosa, poi me ne andrò. Da dove vengo? Non lo so, non lo so davvero. Posso decidere dove andare ma non ho un’appartenenza. Nemmeno le parole, no, nemmeno quelle mi appartengono. Ma se è per questo nemmeno io appartengo a loro. Abbiamo litigato. Il paradosso è che più litighiamo e più si finisce a parole. Non se ne esce, ma non è questo. Quello che ho bisogno di dire è che io non ci capisco più niente e non so più che parole usare né tanto meno quando usarle. L’altro giorno mi è venuta un’idea. Niente di eccezionale, ma un’idea. Voglio dire che era un’idea fedele a se stessa e al suo significato, un’idea sorta per esprimere il pensiero dal quale era nata. Un’idea circolare, di quelle in cui l’intuizione iniziale e la manifestazione finale si abbracciano a fine percorso per formare il cerchio. Insomma avete capito no? Un’idea, tanto vi basti. Ecco che cosa in un nano secondo mi era spuntato in mente: collegarmi al motore di ricerca Google, inserire la parola “idea” nella tag board e premere invio. Immaginavo Google come un cervello. Dai un input, una stimolazione e ricevi una risposta nata da quella sollecitazione. Siccome era un’idea semplice ma vera, il cerchio si completò e allo stimolo rispose il mio dito indice che diede l’invio. Mi ero premunito di cliccare anche il cerchietto in cui precisavo di voler avere accesso soltanto alle pagine in italiano, mi sembra già difficile capirsi nella stessa lingua, perché complicarsi la vita? Ma non è questo. Stavo per visualizzare tante idee con un solo click e questo mi piaceva. Click.
Ecco cosa mi è apparso: IDEA MAGAZINE (rivista per la piccola impresa), IDEA BUSINESS ( web agency), IDEAFUTURA ( servizi informatici) BENVENUTI SU IDEA (annuario elettronico), IDEA (istituto per la ricerca della depressione), gran finale… IDEA GROUP (arredo bagno).
Riassumendo questo concerto di “idee”, otteniamo il seguente pensiero: leggo una rivista per la piccola impresa (idea magazine), dopodichè posso aprire una piccola agenzia web (idea business), allora mi servirà fornirmi di servizi informatici (idea futura) e già che ci sono potrei leggere anche un annuario elettronico (benvenuti su idea); a quel punto, la depressione è assicurata e il conto in banca prosciugato, per questo mi cerco un istituto che possa aiutarmi a guarire, (idea-istituto) ma non funziona e l’unica idea che mi resta in mente, è buttarmi nel cesso, da solo o in compagnia (idea group).
Non potevano cambiare i codici, hanno cambiato i significati, riducendo quasi ogni senso di vita al minimo comune denominatore dell’economia e del denaro. Ma senza dirlo. Lo fanno e basta. E intanto ci si abitua alla violenza sulle parole. Si parla di A dicendo B credendo di dire A. E’ un cerchio imperfetto, non si chiude. E’ un cerchio rotto. Un’idea da buttare. Ecco, volevo sfogarmi un po’. Ora me ne vado, non sono di questa locanda. Chi sono? Francamente, non ne ho idea.


Francesco Farinelli



.:Dal Diario di Maria Antonietta: Storia di Ultimo Viaggio:.

Il suo corpo nudo e sanguinante era esposto con grandi onori su un palco e presto al suo fianco ci sarebbe stato il mio.
In previsione dell’esecuzione, la ghigliottina sarebbe stata spostata a Piazza della Concorde, su di un cocchio di stucchi argentati.
In previsione dell’esecuzione, la ghigliottina sarebbe stata spostata a Piazza della Concorde, a nord-ovest, per favorire l’ingresso al pubblico.
Io l’avrei seguita, aveva detto Saint Just, l’avrei seguita montando un cavallo bianco.
Un cavallo bianco con i campanelli, come per le passeggiate nel parco.
Tutte le Regine dovrebbero morire così. A Versailles non si parla d’altro.
Tutte le Regine dovrebbero viaggiare così, montando un cavallo bianco.
La sera, però, appena dopo la mezzanotte, mi fecero entrare in una carrozza dorata, per correre nei boulevard, per vorticare in un valzer di baci umidi, prima dell’addio.
I valletti si stagliavano sulla notte luminosa con foga, i visi bellissimi offuscati appena dai fuochi d’artificio.
Un paio di secoli più tardi, avrei chiesto loro una fotografia.
Verso la Senna i vicoli erano pieni di erbaccia e di sterpi.
E la carrozza di velluti e di serpi.
Se la mia corsa era cominciata con la luna, che sorrideva e mi chiamava ‘donna impura’, come un titolo nobiliare, sapevo che con l’alba sarebbe finito tutto. Con la luce a sorgere, mi raggiunsero prima le loro ombre.
Lunghe e pungenti.
Mi aspettavano.
Ad attendere sulla piazza, mi aspettavano i millecinquecento uomini della Guardia Nazionale, tutti con piume di pavone Avevo iniziato amando solo il loro Generale.
Poi, li ho amati dal primo all’ultimo.
Tutte le Regine dovrebbero amare così. A Versailles non si parla d’altro.
Tutte le Regine dovrebbero amare così, amare tutta la Guardia Nazionale.
“Reine!” chiamavano, “Robespierre domanda di voi!”
Ma io non volevo scendere, non prima di essermi truccata il viso, come un Samurai: tra tutte le cose al mondo, temevo che la Morte, inchinandosi, mi trovasse brutta.
O peggio:
Insignificante.
“Reine,” sussurravano, “Vostro marito implora per voi.”
E alzando lo sguardo lo vidi, il Re distrutto.
Il suo corpo nudo e sanguinante era esposto con grandi onori su un palco e presto al suo fianco ci sarebbe stato il mio.
Sotto, tutti guardavano attoniti, i calici di champagne sollevati appena in un brindisi timido.
Non era il mio sposo, l’anima della festa?
Volevano che parlasse, che si decidesse ad alzarsi, così, senza testa, per prendere gli applausi che sempre spettano ad un monarca guitto. Invece, esausto e imbarazzato, il Re giaceva.
Il suo corpo nudo e sanguinante era esposto con grandi onori su un palco, in Piazza della Concorde. In seguito, dicono le dame, coprendosi convenientemente con i ventagli e le piume di struzzo, in seguito sarà sepolto nel Pantheon. Salita sul palco, rivolgevo parole frizzanti al pubblico:
“Un’esecuzione di lunedì mattina?” ridevo, “Comincia bene la settimana!” Sessanta tamburi rullanti mi coprivano la voce.
“Avete già portato la ghigliottina? Robespierre, ti prego! Tu mi fai sorridere troppo!”


Scilla Bonfiglioli



.:DocumenDario:.

DOCUMENDARIO


Cosa ci racconti oggi Dario?
Niente.

Il signore impertinente esce dalla locanda, ebetamente offeso. Dario lo guarda, ride di gusto, alza in alto il bicchiere di vino rosso, rosso come un uccello rosso, si guarda intorno e cerca dell’acqua, dell’acqua blu, blu come il cielo, blu come il mare, blu come un delfino blu. Trova qualche goccia sepolta sul fondo di un bicchiere abbandonato da qualche ospite, la versa nel vino, lui non lo fa mai, mai versa acqua nel vino, si alza, un’occhiata all’oste suo amico, un sorso solo e addio al miscuglio, breve pausa, ci dà giù di tosse, e via…

Delfino blu e uccello rosso
C’è un quadro che si chiama così: Delfino Blu e Uccello Rosso. Il quadro è questo, secondo me, poi ognuno ci vede quel che gli pare. Forse anche Aldo Turchiaro, che è il signore che l’ha dipinto e probabilmente anche pensato, potrebbe pensarla diversamente da me, ma credo che starebbe al gioco, al gioco dell’arte, a vederla diversamente.
Pancia all’aria, mare senza terra, sopra c’è il cielo, chiaro, simpatici nuvolotti bianchi e rotondi, sotto c’è il mare, gocce che non sono gocce, ogni goccia è il mare, ogni goccia sembra poter essere afferrata, sembra poter essere tuffata, le onde si spaccano e sono strade, strade di gocce, strade di mare, che s’incontrano come rette, solo all’infinito, l’infinito del mare, l’orizzonte è l’infinito, l’orizzonte è ancora mare, l’infinito è ancora mare, sfugge l’occhio nudo, lo inganna e va a vincere la sua personale battaglia con l’infinito del cielo.
Un delfino blu a pancia all’aria sfonda l’onda, senza cavalcarla, vi si appoggia, gioca, ride, spalanca il becco, il suo becco di delfino. Come in un gioco, meglio se si gioca in due, un uccello rosso sul becco del delfino, curvo getta una bacca rossa, un prodotto della terra, un prodotto venuto da lontano, glielo porta in dono, perché ride, ride anche l’uccello rosso, e guarda giù, guarda dove non può andare, con lo stesso sguardo del delfino, lo stesso occhio tagliato di netto da una scaltra pennellata.
E sono lì, sulla superficie, una superficie che è però limite, unico spazio che possono condividere, in attimi precisi, nella possibilità che hanno entrambi di incontrarsi, di toccarsi, di trasmettersi quello che hanno, attraverso il contatto, una bacca nel becco, uno sguardo uguale nell’infinita mappa delle diversità, della biodiversità, l’uno incontro all’altro, con lo sguardo verso il mondo che non possono vivere, se non nell’esperienza che gli dona l’altro, sia pure una bacca, sia pure niente, il gioco dell’arte ammette pure questo. S’incontrano a metà i due signori, come fosse un momento, nient’altro che un momento del loro viaggio nel mondo solito, un punto di contatto transitorio, una stazione di passaggio per mettere benzina negli occhi, per far muovere più forti le ali, quelle rosse, quelle blu, in due infiniti diversi, a profondità diverse, con più forti e più deboli diversi, è solo un contatto, è solo una visione che onora e dà significato a tutto il viaggio, vedere con lo sguardo dell’altro ciò che per l’uno è imperscrutabile, i fondali marini, la terra verde, zoobenthos, fitobenthos, bryophita, briopsida, uno che con l’aria ci vive, uno che all’aria ci muore, il viaggio si spinge al confine dell’ineluttabile per entrambi, fino al momento del distacco, della perdita dell’altro, alla separazione delle strade, dove il bivio ridiventa via, costretti si sa ad abbandonare la visione, per tornare al terra-mare, al terra-cielo, al terra-terra, alla realtà, al contatto sicuro e quotidiano, quel contatto che è principio della vita, è fonte che la alimenta, indispensabile fucina di normalità, di stasi, di riposo che accoglie come una madre amorevole i suoi figli al ritorno dal lungo viaggio.


Andrea Sandroni